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La sconfitta della Juventus è aziendale, ancor prima che sul campo di calcio

La Juventus è stata eliminata agli ottavi di finale di Champions League e non accederà ai quarti. Sconfitta dal Porto all’andata per 1-0, la vittoria casalinga di martedì sera per 3-2 non le è stata sufficiente a superare il girone. E questo, nonostante la squadra lusitana sia stata in inferiorità numerica per gran parte della partita, a causa dell’espulsione dell’attaccante Mehdi Taremi già al 54-esimo minuto.

Il morale è sotto i piedi a Torino, dove nella serata di martedì si è diffusa la consapevolezza che un lungo ciclo vincente si sarebbe concluso e durante il quale sono stati conquistati 9 scudetti e quattro Coppa Italia, oltre a due accessi alla finale di Champions nel 2015 e nel 2017. Cosa ancora più grave, la presenza di Cristiano Ronaldo sembra incidere sempre di meno sui risultati. Contro il Porto è stata praticamente impercettibile.

Ieri, le azioni Juventus a Piazza Affari hanno perso circa il 7%, qualcosa come oltre una settantina di milioni di euro di capitalizzazione in meno. Rispetto ai massimi storici toccati nell’aprile del 2019, prima dell’eliminazione ai quarti contro l’Ajax, siamo ormai su livelli dimezzati. E si consideri che alla fine di quell’anno, la società si è dovuta ricapitalizzare per 300 milioni di euro. Al netto dell’aumento, oggi in borsa varrebbe poco più di 700 milioni, meno della metà del suo record.

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Da calciopoli a CR7

La sconfitta brucia in casa bianconera, ma non è solo sportiva. Andrea Pirlo potrà prendersi tutte le colpe che vorrà, eppure resta indubbio che il declino della Juve sia iniziato già in quel 2017, quando per la seconda volta in due anni la società di Andrea Agnelli manca l’obiettivo di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Da allora, le caratteristiche invidiate da tutti, avversari compresi, che avevano reso così inossidabile la Juve vengono gradualmente meno. Stiamo parlando della capacità di programmazione a lungo termine, che le altre squadre italiane hanno solo di recente iniziato ad adottare, ma che in casa Juve era stata un must, specie dopo l’infame discesa in Serie B a causa di “calciopoli”.

Paradossale che possa sembrare, proprio l’arrivo di CR7 a Torino segna la fine della vecchia e solida società bianconera per dar vita a un’altra dalle basi molto più labili. L’ingaggio “mostre” da 31 milioni di euro netti a stagione, pari a oltre 54 milioni lordi, e il cartellino di ben 100 milioni, circa 120 milioni tasse incluse, sono descritti sin da subito come “l’affare del secolo” per il calcio italiano. La Juve non si era mai sbilanciata così tanto sul piano finanziario, anzi spesso si ironizzava sulla stampa per il “braccino corto” degli Agnelli. Ma quell’investimento fu sentito dalla società come indispensabile per compiere quel salto di qualità, che ancora mancava per rendere i bianconeri all’altezza di rivali come Real Madrid, Barcellona o Manchester City.

Senonché proprio il maxi-stipendio di CR7 finisce per gravare negativamente sulle finanze e, soprattutto, limita i margini di manovra per il calciomercato. Per non parlare del fatto che un’intera squadra sia stata costruita a immagine e somiglianza di un solo uomo, perché quando spendi cifre così imponenti per averlo in squadra, poi è ovvio che devi fare in modo che egli giochi nelle migliori condizioni possibili e che gli altri debbano adeguarvisi per servirlo in fase di realizzazione.

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Ossessione Champions e fine della progettualità

Ma della vecchia, cara progettualità resta ben poco. Pochi mesi dopo, ecco arrivare la conferma con l’addio clamoroso del direttore sportivo Beppe Marotta, pare proprio per essere stato ignorato in fase di ingaggio di CR7.

Il manager si trasferisce all’Inter, uno smacco simbolico a società e tifosi. Passano altri mesi e circola la voce che la Juve voglia ingaggiare Pep Guardiola come prossimo allenatore al posto di Massimiliano Allegri. Ma varie vicissitudini impediscono allo spagnolo di andar via dalla Premier League. Al suo posto arriverà a sorpresa Maurizio Sarri, arcinemico del Napoli e mai davvero tollerato in casa Juve. Il suo contratto biennale viene stracciato dopo appena una stagione e anche in questo caso la società dimostra di non avere avuto e di continuare a non avere alcuna strategia lungimirante, dovendo ripiegare pochi mesi fa su Pirlo, nominato qualche giorno prima allenatore della Juventus U23, la seconda squadra bianconera e iscritta al campionato di Serie C.

Quella che vi abbiamo sintetizzato è la storia di un’ossessione per la Champions finita male. A 10 punti di distanza dalla prima in classifica, l’Inter, quando mancano 12 partite alla fine del campionato la Juve non sembra in corsa per il decimo scudetto consecutivo, semmai solo per vincere un’altra Coppa Italia. Ma l’ingaggio di CR7 era stato strumentale alla Champions, non già solo per vincere un ennesimo torneo nazionale. Nel frattempo, i debiti sono lievitati a quasi 360 milioni alla fine del 2020, mentre i bilanci chiudono ormai di anno in anno in perdita, quando proprio la buona salute finanziaria del club era stata una caratteristica positiva vantata dagli Agnelli. Pian piano, la Juve ha voluto imitare i grandi club europei, finendone per assorbirne gli aspetti perlopiù negativi senza averne potuto carpire quelli positivi auspicati, vale a dire le vittorie sportive nelle sfide che contano. Adesso, sarebbe il caso che manager e azionista si fermassero un attimo per riflettere su cosa intendano fare della Juve.

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Redazione Football

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