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Gli stadi del futuro? Sempre più flessibili (e smontabili)

Analisi a cura di arch. LUCA FILIDEI

(Master PCGdIS)

In una logica progettuale sensibilmente più afferente ai concetti di sostenibilità ambientale ed economia circolare, la realizzazione di uno stadio caratterizzato da un layout statico non può certo caratterizzare il futuro.

Da strutture “chiuse”, utilizzate solo poche ore alla settimana, ora si sta progressivamente assistendo ad una inversione di tendenza, perfezionando temi quali la flessibilità tecnologica e sperimentando nuovi modelli contraddistinti da una parziale o totale smontabilità.

La movimentazione delle tribune è certamente una soluzione utile per incrementare la capacità resiliente dello stadio, adattando lo spazio interno per ospitare nel modo più efficiente possibile eventi di vario genere.

A tal proposito, rappresenta una valida applicazione il Singapore National Stadium (Singapore, 2014), dove DP Architect e Arup hanno progettato una tribuna flessibile in grado di modificare la sua morfologia in soli tre minuti.

Ma il meccanismo alla base dello spostamento degli spalti può anche essere applicato, con delle modifiche, per movimentare il campo da gioco.

In seguito alla prima applicazione al GelreDome (Arnhem, 1998), tale tecnologia si è continuamente evoluta, permettendo di estrarre il terreno di gioco per organizzare al meglio eventi non afferenti al mondo sportivo, oppure modificando lo stesso per consentire la pratica di svariate discipline, dal calcio al pugilato.

Ciò che avviene, ad esempio, nello Stade Pierre-Mauroy (Lille, 2012) in grado di modificare il proprio layout a seconda dell’evento stabilito.

E lo stesso vale per la possibilità di realizzare coperture retrattili, elementi non solo funzionali per organizzare eventi indipendentemente dalle condizioni metereologiche, ma anche per garantire il microclima ideale soprattutto in alcune latitudini.

Una soluzione applicata per la prima volta nella Civic Arena (Pittsburgh, 1961) e poi sviluppata in molti progetti, come il recente Mercedes-Benz Stadium (Atlanta, 2017) la cui copertura è realizzata in pannelli polimerici con un tempo di apertura di appena dodici minuti.

Tuttavia, sebbene queste tecnologie risultino sempre più importanti, il futuro riserva anche una maggiore diffusione degli stadi smontabili. Del resto, la possibilità di scomporre una struttura, parzialmente o totalmente, rappresenta un’interessante risposta alla critica fase post-evento che riguarda, per esempio, l’organizzazione di tornei internazionali.

I Mondiali di calcio di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, per esempio, hanno evidenziato le gravose problematiche a livello economico e sociale che possono risultare da una progettazione non allineata alle tendenze sopracitate.

Quello che è avvenuto, per una serie di concause, nell’Arena da Amazônia (Manaus, 2014), definita dal New York Times un “White Elephant” e molto complessa da rendere profittevole sia per la comunità che per i piccoli club associati.

In tal senso, la possibilità di ridurre la capienza dell’impianto può definire una nuova e indispensabile strategia per creare esternalità positive.

Proprio il prossimo Mondiale, che si svolgerà quasi esclusivamente nella città di Doha, rappresenta un’interessante inversione di tendenza. Infatti, se la capienza media degli stadi in Brasile si attestava a circa 52.030 persone, in Qatar raggiungerà i 50.015 posti durante il torneo e i 36.515 posti a evento concluso.

Una riduzione dovuta alla flessibilità offerta da alcune strutture, come l’Al Bayt Stadium (Al Khor, 2020), l’Al Thumana Stadium (Al Thumana, 2021) e soprattutto il Ras Abu Aboud Stadium (Doha, 2021). Quest’ultimo, progettato dallo studio Fenwick Iribarren Architects, costituisce il primo grande stadio completamente smontabile.

I molti container utilizzati per confinare gli spazi saranno infatti smontati alla fine del Mondiale per essere ipoteticamente utilizzati, in un’esemplare logica da economia circolare, non solo in occasione della Fifa World Cup 2026, degli Asian Games 2026 o della Uefa Euro Cup 2028, ma anche, in una serie di pochi elementi, per riqualificare contesti degradati in varie località del pianeta.

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