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Decreto Crescita, calcio in allarme: gli sconti fiscali per i calciatori dall’estero potrebbero finire, i club rischiano il raddoppio delle tasse

Decreto Crescita, calcio in allarme: gli sconti fiscali per i calciatori dall’estero potrebbero finire, i club rischiano il raddoppio delle tasse

Un terremoto economico rischia di abbattersi sui club di serie A in un periodo già difficilissimo per le conseguenze del Covid. A far scattare l’allarme è una circolare dell’Agenzia delle Entrate in merito al regime fiscale agevolato per i calciatori (ma anche per gli allenatori) «impatriati», secondo la quale la tassazione ridotta prevista dal Decreto Crescita non è applicabile in assenza di un Dpcm attuativo di cui non c’è traccia. A dare maggiore consistenza al documento, c’è il «parere conforme del Ministro dell’Economia e delle finanze», passato inosservato fino a ieri. In pratica la consistente riduzione delle imposte sui redditi degli sportivi, che ha favorito l’ingaggio da parte delle nostre società di tanti calciatori provenienti dall’estero, non sarebbe possibile, e in questo modo le tasse raddoppierebbero di entità.

La metà delle imposte

La tassazione agevolata è stata introdotta dal Decreto Crescita del 2019 e ha spianato la strada all’arrivo di molti campioni, dagli interisti Lukaku, Sanchez e Hakimi (con l’aggiunta di Conte) agli juventini De Ligt, Rabiot, Ramsey e Morata, fino al milanista Ibrahimovic e al fiorentino Ribery. Per tutti loro, e per tutti coloro che da almeno due anni non avevano residenza fiscale in Italia, i club hanno finora pagato la metà delle imposte, con un risparmio complessivo di decine di milioni. Ma adesso rischia di saltare tutto.

Chi paga adesso?

«L’entità del problema è clamorosa e rischia di aprire scenari inimmaginabili, si tratta di un autentico fulmine a ciel sereno», spiega l’avvocato Gianluca Boccalatte dello studio milanese Biscozzi Nobili Piazza, esperto in materia tributaria anche applicata al calcio. Molte le questioni aperte dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate, a cominciare da chi dovrebbe versare le imposte mancanti: atleti o club? «I calciatori si troverebbero a debito nei confronti dell’erario. Le ritenute sono operate dalle società, l’assenza di versamenti prevede che ci sia solidarietà tra datore di lavoro e dipendente». Entrambe le parti, insomma, dovrebbero contribuire al saldo delle imposte. «Ma i giocatori sono abituati a trattare gli ingaggi al netto, anche se le carte federali prevedono che la cifra sia espressa al lordo. E quasi tutti i procuratori si tutelano in questo senso non avendo – duole dirlo – grande fiducia nello Stato italiano, che non dà certezze, come questa vicenda dimostra. Prendiamo De Ligt, che probabilmente è arrivato alla Juve anche in virtù dell’esistenza di questa norma tributaria. Essendo il suo agente (Raiola, ndr) tra i più preparati dal punto di vista legale, avrà quasi sicuramente sottoscritto un contratto iperblindato per il suo assistito». Il club bianconero rischia di dover pagare per il difensore olandese, che con i bonus arriva a 12 milioni lordi, circa 6 milioni di tasse in più a stagione.

Conseguenze pericolose

Ma c’è un altro aspetto significativo: se il Dpcm attuativo arrivasse adesso, potrebbe non avere effetto sul pregresso, cioè sugli stipendi pagati con tassazione agevolata da luglio 2019 a oggi. Ancora Boccalatte: «Dalla circolare sembra che il regime agevolato non possa entrare in vigore finché non viene emanato il decreto. E così è anche in base ai criteri interpretativi classici». Le conseguenze, per chi non si adegua, sarebbero inevitabili: «Sarebbe sicuramente soggetto a accertamenti, con necessità dei club di aprire contenziosi per contrastare la tesi interpretativa dell’erario».

29 dicembre 2020 (modifica il 29 dicembre 2020 | 16:09)

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