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Il vero impatto del Covid sul calcio

Il vero impatto del Covid sul calcio

Che cosa c’è dietro ai risultati «folli» visti in molti campionati, fino ad ora? Qual è il peso (fisiologico, e psicologico) dei contagi sui giocatori? E quanto cambia, davvero, l’assenza di pubblico?

di Sandro Modeo

Il vero impatto del Covid sul calcio

Negli ultimi anni, abbiamo più volte paragonato la Premier League a «un comparto di Nba» per l’eccellenza di coach e giocatori e soprattutto per quella specie di autarchia dorata (esaltante-usurante) che la rende incomparabile a qualunque altro campionato. Giustamente, Paolo Condò ha accostato l’edizione di quest’anno a una contesa da «Game of Thrones» («Trono di spade»). Metafora adeguata come poche, purché la si esasperi oltre la narrazione stessa: l’avvio, infatti, è stato ed è un sisma che ha portato a un rimescolamento disorientante, come se la Barriera fosse stata spalancata dal Re della Notte e dal Fuoco di Drago subito, già ai primi episodi, con le famiglie dominanti (gli Stark e i Lannister, trasfigurazioni di York e Lancaster della guerra delle Due rose) insidiate da altre decadute (i Targaryen) e da tutti gli outsider «barbari» (dai Bruti agli Estranei) in libero saccheggio di conquista. Alludiamo ai tanti risultati-shock degli ultimi due turni e al paesaggio che ne è derivato: la peggior performance della carriera di Pep Guardiola, 2-5 interno del City col Leicester (poi a sua volta asfaltato in casa 0-3 dal West Ham); la peggiore di Jürgen Klopp, 7-2 sul campo dell’Aston Villa; e la peggior sconfitta interna del Manchester United (1-6 dal Tottenham) dal 2011, in un derby dallo stesso punteggio. Il tutto con la (ri) salita simultanea di grandi coach eclissati come Carletto Ancelotti e José Mourinho e irruzioni di underdog come gli stessi Villans di Birmingham o lo scapigliato (ma rigoroso) Leeds di Bielsa. Può darsi — va da sé — che ogni cosa nel tempo si ripiani e torni in assetto: che la cartografia dei Sette Regni si ridistenda qual era. Ma il punto, intanto, è un altro: che questo sisma (al netto di assestamenti e/o scosse prolungate) è solo un effetto — anche se tra i più eclatanti — del più generale impatto del Covid-19 sul calcio (vedi le crisi — meno clamorose ma innegabili — di altri club di vertice come PSG o le difficoltà in Bundesliga del Bayern) e sullo sport tutto. La sua genesi va quindi cercata — da un lato — a monte, cioè a partire dai mesi di deflagrazione pandemica; dall’altro, in una rete di possibili cofattori, su molti dei quali si sa ancora troppo poco.

Il «lungo inverno»

Per restare a «Game of Thrones», tutto sembra innescarsi con un’alterazione simile proprio all’anomalo «lungo inverno» della fiction: a una deformazione profonda della seconda parte della stagione 2019-2020 tale da riverberarsi e prolungarsi, in una perversa contiguità, in quella 2020-21. Il primo impatto di Sars-CoV-2 sul calcio (dove per Sars-CoV-2 s’intende l’agente patogeno, mentre Covid-19 è la malattia) è legato a partite traumatiche coincidenti- come hanno ricordato medici ed epidemiologi — con vere «bombe biologiche», fattori di diffusione-moltiplicazione del contatto-contagio: sui tutte, Atalanta-Valencia 4-1 a San Siro (19 febbraio) e Liverpool-Atletico Madrid 2-3 d.t.s. (11 marzo), due partite-emblema di due top-team che andranno a convergere nel gruppo D della Champions imminente.

La prima è già parte dell’epos tragico della storia della società e dell’area bergamasca (la città e le sue estensioni valligiane): chi scrive ha visto in estate —tra incredulità e commozione — bar e negozi delle valli (Seriana in primis) tappezzati di sciarpe e gadget di e su quel match, eletto insieme a momento di consacrazione di un grande team a livello europeo e a memento-emblema (con toni da Spoon River) di un disastro sociale, in quanto tra i principali «inneschi» pandemici in un distretto tra i più colpiti del mondo.

La seconda è invece la partita che in molti «non avrebbero voluto giocare»: vedi, tra le tante, le testimonianze di John Ashton, funzionario di vertice della Salute Pubblica nel Nord dell’Inghilterra nonché fan-abbonato dei Reds, che quella sera rinuncia a Anfield e denuncia — nel programma Newsnight, BBC2 — le «patetiche» norme di contenimento e l’esposizione al contagio di massa; o di Dan Wakefield, 33enne tifoso in carrozzina (atrofia muscolare spinale) e diplomato all’Università di Calcio (MBA) che vede con angoscia — per sé e la madre 68enne che lo assiste — quel «mescolarsi di supporter madrileni e reds in pub, ristoranti, hotel e mezzi pubblici».

Quella, non a caso, è anche la partita in cui Klopp — sintonico come nessun altro con la sofferenza della città nei giorni a seguire — utilizza il suo carisma per una pedagogia più ruvida, apostrofando con durezza i fans che lo cercano a bordocampo nel pre-partita per battere il «cinque» («Mettete via le vostre mani, fottuti idioti!»). E quella è, non a caso, la partita-simbolo del vero outbreak pandemico in Inghilterra se — a smentita dell’ottimismo diffuso fino a quella sera, in cui si gioca sotto gli ordini di un governo che ritiene il calcio «a basso rischio» — solo pochi giorni dopo l’epidemia deflagra, col Ministro della Sanità Nadine Dorries positivo (Boris Johnson lo sarà «solo» il 27) e gli ospedali sopraffatti.

«Sliding doors» e dimensioni parallele

Quei due match non sono solo il condensato materiale e simbolico di un feedback reciproco — dell’effetto del Covid- 19 sul calcio e del calcio sul Covid-19 —, ma anche tra gli ultimi giocati sul discrimine tra presenza e assenza di pubblico. In quella fascia temporale, si ricordano altre partite di tornei nazionali (il Clásico del primo marzo al Bernabeu, 2-0 per il Real) o di Champions (Real-City 1-2, 26 febbraio).

Ma da lì, di fatto, inizia la desertificazione: la serie A (dopo il rinvio di Juventus-Inter) sospende tutti i turni sine die, aprendo un vuoto fino al 20 giugno; e la Premier, a sua volta, si ferma per più di tre mesi.

Secondo adagio diffuso, la Storia «non si fa coi se». Eppure, tutti sappiamo quanto incidano le sliding doors, le biforcazioni dovute a diverse catene causali, ai contesti mutati, agli imprevisti e al caso. Il che si traduce — nello specifico — su come l’impatto del Covid-19 sul calcio abbia alterato stati di forma, spezzato (invertito) inerzie positive o negative, e — sul lungo periodo — condizionato rendimenti, pause e riprese; vedi ad esempio, le fasi di «preparazione» post-lockdown (per concludere campionati e Coppe) o quelle pre-2020-21, per certe squadre molto, troppo prossime alla «lunga coda» della stagione precedente.

Il tutto è ben riassunto dalle date di chiusura e riapertura di molti campionati, dalla serie A (2 agosto-19 settembre) alla stessa Premier (26 luglio-12 settembre), con qualche eccezione come la Bundesliga (27 giugno-18 settembre); in mezzo ai quali si sono stipate, per molte squadre, le Final Eight di Champions (Lisbona, 12-23 agosto) e di Europa League (Germania, 10-21 agosto).

Certo, non ci sono prove controfattuali, e nessuno si sogna di mettere in discussione gli esiti post-lockdown, ottenuti all’interno di quella dimensione spazio-temporale e di quel calcio «post»: in fondo, anche le capacità adattative hanno il loro peso e chi ha prevalso (nei campionati e nelle coppe) ha dimostrato di possederne più degli avversari.

Ma se la vittoria dei Reds per la prima Premier (il campionato dopo 30 anni) sarebbe avvenuta in qualunque altra «dimensione parallela» (in quanto acquisita, più o meno, a Natale), siamo sicuri che la Juve avrebbe vinto agevolmente il 9° scudetto di fila? Che le chanche di Inter e soprattutto Lazio (allora in «stato di grazia») non sarebbero state superiori rispetto a quelle giocate post-lockdown?

Quanto alla Champions, chi può dire come sarebbe andato un Liverpool-Atletico giocato in condizioni diverse da quelle (paniche) descritte? E quale sarebbe stato il percorso dei Reds superato quel turno? Lo stesso vale per il City: perché i Citizens di febbraio al Bernabeu — squadra magnifica — stanno a quelli decotti dalla coda di Premier e travolti a Ferragosto dal Lione (inerti al punto che Pep è costretto a bestemmiare contro sé stesso, schierando una difesa a 5 per la prima volta in carriera) come un team in carne e ossa a un plotone di ombre fluttuanti nell’Ade omerico.

Una sintesi esemplare del «lungo inverno» materiale e metaforico è il percorso del Bayern. Con la Bundesliga finita presto (un mese prima della Premier), può presentarsi alle Final Eight di Champions col vantaggio di una preparazione adeguata, elemento-chiave per vincere il torneo: ma il calendario 2020-21, ravvicinato e subito strangolante, costringe la squadra a altre prestazioni al limite per vincere subito due altri trofei (un doppio 3-2, Supercoppa europea col Siviglia — d.t.s.— e Supercoppa nazionale col Dortmund), pagando il prezzo in Bundesliga, dove patisce un crash a Hoffenheim (1-4) e ottiene una vittoria affannata (4-3) col modesto Hertha.

Per ovviare a un simile pressing di date (oltre che a partenze nobili come quella di Thiago e a infortuni vari), la società ha subito iniettato nuovi arrivi, dal ritorno di Douglas Costa agli acquisti di Marc Roca, Choupo-Moting e Bouna Sarr, nell’ottica sempre più melting-pot di questi anni (ed è sfumato al Barça Sergino Dest, che avrebbe formato col fenomenale Davies una coppia di esterni nordamericani).

Il Bayern — ancora una volta all’avanguardia — sembra aver capito meglio di chiunque che il «lungo inverno» del calcio sotto Covid-19 si affronta anche con rose profondissime e a bassa età media.

Covid-19: fisiologia

Ovviamente, in quest’ «intro» destabilizzante di stagione, incidono altri (co)fattori oltre al Covid-19. Prendiamo, stando alla Premier—Game of Thrones, i due crash epocali di City e Liverpool.

Il 2-5 dell’Etihad ha cause remote (i due campionati-monstre per superare il Liverpool e il successivo calo di tensione, con tanto di «rigetto» per il calcio iper-cerebrale di Pep), cause insieme remote e circostanziali (i tre rigori contro — non tutti netti — dovuti a disattenzioni ma anche all’ostinazione del tecnico a non curare il «rovescio» del suo gioco, cioè posizioni e marcature preventive) e cause solo circostanziali (i molti infortuni, tra cui l’intero fronte offensivo, che condiziona a sua volta a domino, in quel gioco, la fase difensiva).

Idem per il 7-2 dei Reds a Birmingham, tra inevitabili crisi «di lunga durata» (due anni in apnea per arrivare sul tetto del mondo prima e alla Premier poi), male-cessioni di mercato (il forte centrale Lovren) e infortuni contingenti (su tutti Alisson che cede il posto a un Adrian in stile-Karius).

In tutti e due i team, le positività da Sars-CoV-2 sembrano incidere poco, con 3 casi distribuiti nel tempo per il City (Laporte, Mahrez, e ora Gundogan) e i 3 attuali dei Reds (Thiago, Manè, Shaqiri); o incidere non al punto da giustificare da soli quei crash. Il che vale ancora più per quello dello United, che ha avuto finora un solo positivo (Pogba, ma a fine agosto) e che deve l’1-6 contro Mourinho alla frana progressiva della gestione-Solskjaer e alla precoce espulsione di Martial.

Eppure — subdolo in assoluto — il Sars-CoV-2 potrebbe esserlo anche su altri versanti oltre all’alterazione stagionale (al «lungo inverno»), e cioè nell’insinuarsi in un team a livello sia fisiologico che psicologico.

La domanda è suggerita dal caso-limite del Genoa, innescato con la positività di Perin (26 settembre) e arrivato a 22 casi (17 giocatori più 5 dello staff): il tracollo «tennistico» per 0-6 col Napoli (simile a quelli di Premier) potrebbe essere dovuto «anche» all’indebolimento organico degli atleti positivi e inconsapevoli-asintomatici? A un loro deficit di corsa-attenzione?

Un’eventuale risposta di assenso cambierebbe la valutazione di tanti altri match e situazioni, a partire dai citati crash di Premier, soprattutto se i tamponi periodici dei prossimi giorni dovessero rivelare altre positività.

Purtroppo, allo stato attuale, quella risposta è lontana. I soli precedenti risalgono all’ultimo shock pandemico in Occidente, cioè alla Spagnola di un secolo fa. Ma sono precedenti in altri sport e parossistici. Pensiamo — tra i tanti — a quelli americani del baseball, riassunti dalle foto dei battitori con le mascherine; o, più ancora, dell’hockey su ghiaccio, dove spiccano le finali di Stanley Cup tra Seattle Metropolitans e Montreal Canadiens, marzo 1919. Il confronto viene infatti sospeso (2-2 più un pari) dopo una gara-5 vinta da Montreal pagando un pedaggio tragico: l’«anziano» difensore Joe Hall (38enne) collassa sul ghiaccio a fine partita (morirà dopo 4 giorni di ospedale); e tutti gli altri giocatori, tranne tre (alcuni dei quali hanno giocato con 40.5 di febbre) risultano contagiati, così come il general manager George Kennedy, che — pur sopravvivendo — resterà cronicamente indebolito, spegnendosi pochi anni dopo. E un aiuto non molto maggiore viene dalla letteratura biomedica, a partire dagli studi pionieristici degli anni ’80 di J. A. Roberts sull’incidenza dei virus nella performance sportiva.

Ne sapremo di più quando maggiori saranno le informazioni su Sars-Cov-2 tout court, ricordando come un coronavirus (pur essendo sempre a Rna), differisca molto, a ogni livello (molecolare, epidemiologico, clinico) da un orthomyxovirus come quelli influenzali, Spagnola in testa.

Covid-19: psicologia

17 settembre 2020, Uelzen, Bassa Sassonia: si dovrebbe giocare nello stadio locale — per la locale Kreisklasse, divisone amatoriale — il match tra SG Ripdorf/Molzen II e SV Holdenstedt II.

Il team di casa viene a sapere che gli ospiti hanno avuto contatti con un giocatore positivo nel match precedente; ma nonostante l’esito negativo dei tamponi all’intero Holdenstedt, preferirebbe non scendere in campo. Alla fine, per evitare una multa disciplinare, si arriva a un compromesso: scenderanno in campo in 7, numero minimo per ratificare l’ufficialità della gara.

Il risultato agonistico (0-37) sarà meno surreale di quello «coreografico» — visibile in molti video online — coi 7 terrorizzati che adempiono a un rigoroso «distanziamento sociale», lasciando segnare gli ospiti quasi a ogni azione.

Anche questo è un esempio parossistico, ma indicativo di un condizionamento comportamentale inevitabile (specie a livello inconscio) anche tra i professionisti; senza dimenticare che i calciatori (non solo per anagrafe o non solo di Generazione Y o Z) hanno tratti spesso adolescenziali, che spiegano comportamenti contraddittori, spartiti tra machismo esibito e paure inconfessate.

Davvero si crede che i Reds (saputo di Thiago e Manè, e ora Shaqiri) continuino a allenarsi e giocare con la stessa libertà mentale e quindi con la stessa soglia attenzionale e carica psico-agonistica? Quanto l’ombra di un agente patogeno mina comunque — magari in modo latente — la «naturalezza» sociale e la concentrazione di un gruppo?

Ma forse l’elemento ancora più discriminante — nell’impatto del Covid sul calcio e sullo sport tutto — è la sottrazione del pubblico, su cui non si tornerà mai abbastanza. Abbiamo già descritto nei dettagli l’anestesia sensoriale che comporta quel processo per giocatori, tecnici e spettatori stessi. Qui è il caso di tornarci da un’ulteriore prospettiva, per chiarire altri aspetti.

La scimmia nuda (il calcio e il pubblico)

Se risaliamo alle radici arcaiche non tanto del calcio (il cui primo «abbozzo», com’è noto, emerge come allenamento militare nella Cina del III-II sec. a.C.), ma del suo antefatto principale (il «gioco della palla» mesoamericano), vediamo come l’aspetto ludico-agonistico nasca simultaneamente a un pubblico.

Molti sono infatti gli elementi che colpiscono nelle ricostruzioni archeologiche di quel gioco «violento» nato come surrogato della guerra e praticato già dagli Olmechi 3500 anni fa (forse 3700) e poi — con diverse varianti — da Maya e Aztechi: la palla di gomma (del resto Olmechi sta per «popolo della gomma», cioè del lattice); la visionaria ricostruzione della sua origine mitica nel Popol Vuh, il repertorio mitologico Maya (con gli Eroi gemelli che giocano sopra il «mondo sotterraneo» di Xibalba disturbandone i Signori e innescando — con la loro vendetta — i relativi rituali sacrificali); le modalità e le regole (la palla colpita con anche, mani, braccia o bastoni, tra pallavolo e racketball) e la varietà dei campi da gioco (ne sono stati scoperti 1300 solo negli ultimi 20 anni), a cominciare da quello immane di Chichén Itzá (166 m. per 68).

Ma più di tutto colpisce (già in uno dei siti più antichi, quello di Etlatongo, montagne di Oaxaca, Messico del sud) la presenza ai lati del campo di «pareti» con gradinate o spalti in cui «il pubblico avrebbe occupato posti diversi a seconda delle posizioni gerarchiche».

Già lì si articola uno schema sociale (un gioco, o meglio un gioco-spettacolo e un pubblico) che ritroviamo immutato, come archetipo geometrico-psicologico, nell’alba del calcio moderno in Inghilterra o poco dopo in Spagna, dove gli stadi veri sono ancora da venire: all’Ippodromo di Madrid, il 13 maggio 1902, il primo Clásico ha tratti da quadro impressionista, coi duemila spettatori sistemati sulle sedie noleggiate da un commerciante del mitico mercatino del Rastro.

Per quanto siano sacrosante le invocazioni alla civiltà (agli stadi «per famiglie»), dobbiamo avere l’onestà di ammettere che una componente non secondaria dell’attrattiva del calcio consista proprio in quel tribalismo invincibile che ci assimila a «scimmie nude»: nelle sue radici arcaiche, quasi preistoriche, tra venature belliche e epiche (da cui il famoso adagio di Pasolini, che vedeva il calcio come «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo»).

Cosa sarebbe la storia del calcio senza le sue cattedrali, senza il Miédo escenico (la «paura da palcoscenico») del Bernabeu o la mistica (la soggezione visivo-sonora) di Anfield?

Del resto, uno stadio di calcio può esprimere tutta la gamma di un ventaglio socio-estetico: può degradarsi a Circo Massimo, in una ferocia livida, ma alleggerirsi in teatro, com’è successo al Camp Nou, all’Allianz di Monaco o all’Etihad di Manchester davanti alle «filarmoniche» allenate da Guardiola.

Il tempo da Covid-19 che stiamo attraversando — con stadi sistematicamente vuoti o quasi, a parte qualche bagliore azzardato, come i 20.000 di Budapest in finale di Supercoppa europea —è quindi un triste inedito storico, dettato (tardivamente, come si è visto) da stringenti necessità epidemiologiche.

L’unico precedente, anche qui, è la Spagnola, durante la quale il tentativo di «venire a patti» col virus ha prodotto effetti tragici. Ce lo ricorda la situazione inglese di quel periodo, con governo e parlamento che pur tentati di imporre a epidemia in atto — una profilassi simile a quella a noi familiare («distanza sociale», no assembramenti, e strette di mano e così via) alla fine cede alle pressioni di un popolo stremato dalla guerra, avallando eventi (come la grande «festa dell’armistizio» del novembre ‘18) che faranno da detonatori del contagio; e con FA e Football League che non procederanno mai a una vera sospensione, consentendo stadi pieni in tornei regionali come la prestigiosa «London Combination Cup» vinta dal Chelsea, nell’aprile 1919, in uno Stamford Bridge straboccante.

Tutto questo comporterà alti costi di decessi non solo tra i tifosi, ma in proporzione — anche per via di un virus che colpisce nella seconda ondata soprattutto giovani tra i 18 e i 30 anni — molti giocatori.

Tra questi, Angus Douglas, grande ala (a lungo proprio del Chelsea) che morirà a 28 anni con la giovane moglie, in una tragedia familiare simile a quella di Egon Schiele, anche se lui — a differenza del pittore — riuscirà a far salvare la piccola figlia.

Per fortuna — anche davanti a un patogeno meno aggressivo della Spagnola — non ci stiamo macchiando di simili omissioni. Ma questo progresso epidemiologico ha un prezzo da pagare, cioè proprio l’«alterazione» estetico-agonistica determinata dall’assenza di pubblico; minima in termini assoluti, ma decisiva relativamente al calcio e a molti altri sport.

La sindrome di Glenn Gould (il calciatore, l’atleta, le squadre, il pubblico)

L’8 febbraio di quest’anno, a Torun, in Polonia, il giovane saltatore con l’asta svedese Armand «Mondo» Duplantis supera metri 6.17, strappando il record indoor al francese Lavillenie; e pochi giorni dopo — il 20, a Glasgow —sale addirittura a 6.18. Tutte e due le due performances — in età pre-lockdown — sono applaudite in palazzetti gremiti. Più di recente — il 17 settembre, stesso giorno del match irreale del Ripdorf/Molzen II — Duplantis riesce, con un salto sublime per velocità, tecnica e coordinazione, in un’impresa ancora più difficile; al Gala di Roma (in un Olimpico deserto) sale a 6.15 outdoor, superando il leggendario 6.14 (1994) di Sergej Bubka.

Per Duplantis, non sembra esserci differenza tra un contesto «caldo» e uno «freddo»: la sua concentrazione ne prescinde, eccellendo comunque.

Ma non per tutti gli atleti è così.

Ce n’è una tipologia che per vari motivi o fasi di carriera — inclinazione psico-caratteriale o semplice inesperienza — soffre il pubblico a varie gradazioni, dalla più tenue alla più intensa, che sfocia nella «sindrome di Glenn Gould», il grande pianista canadese che nel ’64 (ad appena 32 anni) tiene l’ultima esibizione, da quel momento producendo solo registrazioni in studio. Per questi giocatori — o atleti — l’attuale stato ibrido dei match da Covid (un mostruoso tertium datur tra l’allenamento e la partita) può risultare liberatorio, perché gli sottrae, del pubblico, la dimensione condizionante e ansiogena, quella gladiatoria del pollice verso.

E non è da escludere che tra psicologie simili — su cui coach e staff dovrebbero avere uno sguardo particolare — si celino quei calciatori «fragili» oggetto di uno studio-chiave, nel 2016, di due medici olandesi: dove per fragilità si intende una propensione, molto più frequente di quanto si creda, a sviluppare disturbi dell’umore (ansia e depressione in tutte le loro sfumature).

Gli esempi sarebbero tanti, ma un’ovvia discrezione — specie per giocatori in attività — inibisce dal citarli.

All’opposto della scala, c’è il giocatore (l’atleta) che vive in addiction neurobiologica da pubblico, che se ne nutre febbrilmente, in un’empatia che può spingersi alla «comunione». Qui gli esempi si possono fare: da Thomas Müller del Bayern — che vive in costante eco affettiva col pubblico bavarese — al funambolico salvadoregno Gonzalez, detto «El Magico» (Maradona lo mette per qualità tecniche davanti a se stesso), in cui l’empatia affettiva si estendeva al gesto tecnico: a volte il pubblico decideva (con un «adesso» corale) il momento di una delle sue giocate-clou, l’elastico (il movimento esterno/interno del piede a spostare il palone) e lui — che si era fermato sulla fascia in attesa del «comando» — eseguiva infallibilmente.

Tra quegli opposti, va da sé, ci sono i tanti giocatori (atleti) con paure più o meno dominabili, in un rapporto col pubblico (col tifo) più o meno «compensato». Con un corollario non trascurabile: l’estensione di quello schema (la sensibilità al pubblico, in un senso o nell’altro) a un intero team.

L’argomento è delicato e controverso: se tanti stadi di culto svuotati perdono l’aura e la relativa «soggezione», in molti si stanno chiedendo se il filotto post-lockdown del Milan a San Siro possa dipendere anche dal troncarsi di un rapporto troppo esposto- condizionante- col tifo.

È un effetto-paradosso da considerare valutando uno dei discrimini-chiave del calcio-post: il cambio di incidenza del fattore-campo, che molti correggono in «fattore-pubblico».

I dati, per ora, sono disomogenei: uno degli studi più accurati (quello dell’Osservatorio del CIES a metà settembre) registra un calo di vittorie interne in 41 dei 63 Paesi analizzati (con una diminuzione complessiva del 2,1% rispetto al pre- lockdown), ma con distribuzioni dissonanti: se in Serie A e in Premier il dato è in sostanza invariato, il calo di vittorie è drastico in Paesi come Austria, Germania e Grecia (all’incirca -15%), con Paesi «intermedi» come Svezia e Russia (-9) o Spagna (-6).

L’invarianza italo-inglese può avere varie spiegazioni, a partire dal minor equilibrio del torneo, almeno fino alla stagione 2019-20 (con élite e fasce medio-basse molto staccate); ma in generale il punto è che il carico statistico del calcio «ibrido» post- lockdown è ancora troppo esiguo per potersi coagularsi in tendenze di lunga durata. L’augurio è di non poter verificare fino in fondo tali tendenze, perché coinciderebbe con una permanenza lunga e pervasiva di Covid-19, non solo nei nostri stadi.

La «coperta corta» della pandemia nel calcio e nello sport

Anche nel calcio e nello sport — come in ogni aspetto della vita sociale — diventa via via più stringente il dilemma della «coperta corta», del contrasto quasi insolubile tra due spinte opposte, una centrifuga e una centripeta: la preservazione della salute e quella dell’economia.

Premesso che alla voce «economia» bisognerebbe distinguere tra «posti di lavoro» e «profitti» non sempre legittimi (ma qui il discorso devierebbe troppo), è quel contrasto — a monte — ad alimentare ogni tipo di balbettìo burocratico, di conflitto di competenze a livello normativo-procedurale, di asintonie-asincronie tra istituzioni e club (come, più in generale, tra Governi e regioni).

La «macchina» (campionati e coppe) deve procedere comunque, per difendere interessi multipli (delle società in quanto aziende, degli sponsor, delle tv, etc.etc.); ma ogni notizia di un atleta positivo al test (o di più atleti) semina incertezza, paura, confusione; in termini fisico-matematici, «sconnette» il sistema, introducendo caos e sottraendo ordine.

Proprio per questo, però, situazioni come Juve-Napoli non dovrebbero mai presentarsi. Il quadro appena decritto (per quanto possa contenere attenuanti oggettive) dovrebbe sollecitare coordinamenti precisi e normative omogenee, non Asl più vincolanti di altre e discrezionalità che si traducono in altrettanti «stati di eccezione» e in ambigui «precedenti». È un deficit di uniformità-omogeneità che si paga come «movimento» nell’insieme; a che pro — si chiedeva giustamente Alex Frosio — una pay-tv dovrebbe acquistare un prodotto (la Serie A) che cancella i suoi match di cartello?

Quanto al tema innominabile — il valore estetico e la plausibilità tecnico-agonistica del calcio «ibrido», alterato dall’assenza di pubblico —, purtroppo non abbiamo molta scelta.

Il tifoso meno articolato non si porrà il problema: se la sua squadra vincerà un torneo, festeggerà come fosse una vittoria avvenuta in un calcio pre-Covid; in caso di sconfitta (di giornata o di stagione) sarà pronta l’alibi del «torneo falsato».

Per tutti gli altri, potrebbe invece porsi una «scissione» — o quantomeno un disagio — nel seguire con la stessa adesione tornei così destrutturati e, in fondo, impoveriti; un disagio che hanno già sentito e potranno sentire sia i protagonisti stessi (giocatori e tecnici, dirigenti) e gli addetti mediatici, sia appassionati e spettatori. Per gli uni e gli altri va invocata indulgenza: che si tratti di obbligo professionale (e quindi anche di semplice sopravvivenza) o di indomabilità della propria passione, ogni senso di colpa è fuori di luogo.

Purché si riconosca, però, che tutto questo si regge anche su una latente, innegabile ipocrisia.

Il Sapiens è un animale adattativo, ma non si adegua davvero (forse nemmeno si abitua) a ogni situazione. Tutti «sopportiamo» il calcio e lo sport di questo «lungo inverno» solo perché sappiamo che un giorno (nella forma di un vaccino, di un farmaco risolutivo, di un addomesticamento del virus) apparirà una rondine, e altre la seguiranno (ce ne sono ancora), planando anche su uno stadio.

10 ottobre 2020 (modifica il 10 ottobre 2020 | 07:29)

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