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“O Zico o Austria”: quando il Friuli gridò alla secessione nel nome del Galinho


il ricordo

Un libro ricostruisce il periodo del fuoriclasse brasiliano in Italia con la maglia bianconera dell’Udinese

di Dario Ricci

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Un libro ricostruisce il periodo del fuoriclasse brasiliano in Italia con la maglia bianconera dell’Udinese

3′ di lettura

Una cena in un ristorante con un amico di quelli “giusti”, una telefonata in Brasile, un’idea finanziaria “creativa” e innovativa a quel tempo (ma che poi sarebbe diventata prassi abituale): nasceva così, nel cuore dell’estate 1983, uno dei colpi di calciomercato che hanno fatto la leggenda – oltre che la storia – del calcio italiano: il passaggio di Arthur Antunes Coimbra, in arte “Zic”’, dal Flamengo all’Udinese, per la cifra allora astronomica di 6 miliardi di lire (poco più di tre milioni di euro di oggi!).

Estate folle – Esercizio quasi retorico spiegare chi fosse, Zico, a un over45; molto meno scontato invece ricordare le prodezze del ‘Galinho’ (“il galletto”, questo il suo soprannome) a chi invece è al di sotto di quella fatidica soglia anagrafica. Cammino a ritroso in cui guida sicura (ben coadiuvato dalla sua penna attenta e arguta) è Enzo Paladini, giornalista e saggista che proprio a quell’estate clamorosa e al suo grande protagonista ha dedicato il volume “O Zico o Austria” (Edizioni inContropiede). Titolo emblematico perché, come ci spiega lo stesso Palladini «i tifosi dell’Udinese arrivarono a minacciare la secessione di fronte all’ipotesi che quel clamoroso colpo di mercato potesse essere annullato dalla Federcalcio» per una serie di cavilli burocratici che il testo ben ricostruisce e che videro scendere in campo, seppur indirettamente, persino il presidente delle Repubblica Sandro Pertini!

Chi era costui? – «Vedere Zico all’Udinese è come vedere oggi, ad esempio, Neymar al Verona, o alla Spal», sintetizza Palladini per dare la misura del terremoto che investì il Friuli in quei torridi giorni dell’agosto di 37 anni fa. Un altro terremoto, purtroppo non metaforico, quelle terre le aveva squassate appena una manciata di anni prima, seminando morte e distruzione, ma senza piegare la caparbietà tutta friulana di non arrendersi, ripartire, e «l’arrivo in bianconero di un asso come Zico, che aveva vinto tutto con la maglia del Flamengo e che alla soglia dei 30 anni aveva scelto proprio Udine per confrontarsi col calcio italiano ed europeo – evidenzia ancora Palladini – era motivo d’orgoglio per un popolo e una regione che si ritrovavano ora di nuovo sotto i riflettori del mondo, ma stavolta per un motivo di gioia e speranza».

Prodezze e infortuni – Stagione esaltante, ma breve, quella di Zico in terra di Friuli. Il primo anno il “Galinho” (il libro chiarisce anche l’origine di questo soprannome e dello stesso nomignolo Zico…) chiude con 19 gol in serie A. Ma i bianconeri tanto segnano, quanto fanno segnare, e chiudono il torneo solo al nono posto, pur con una rosa che vede tra gli altri anche il “barone” Franco Causio (che aveva lasciato la Juventus), l’altro brasiliano Edinho nel cuore della difesa, Pietro Paolo Virdis al centro dell’attacco e gli emergenti Gigi De Agostini e Massimo Mauro (unico calciatore italiano ad aver giocato in carriera con Zico, Platini e Maradona).

Il 1984-85 è invece annata amara, tra infortuni e retromarcia del presidente bianconero, Lamberto Mazza, che di fatto smantella la squadra, e senza dimenticare un incrocio a “tinte forti” col Napoli di Diego Armando Maradona e i problemi col fisco italiano che amareggiarono il fuoriclasse carioca (senza lasciare segno alcuno, però, sulla sua fedina penale). Alla fine di quella stagione, quindi, Zico tornò al Flamengo, e la penna di Palladini continua a seguirlo anche in queste ulteriori peripezie, tra campo di gioco, scrivania da dirigente e panchina da allenatore, in Brasile, Giappone e mille altri Paesi dove il Galinho si confermerà icona del football globale.



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