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Italia-Germania 4-3, la partita del secolo simbolo di una sfida infinita

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Mezzo secolo dopo, fa un certo effetto rivederla in tv. È diversa, strana, come tutte le cose del passato che abbiamo ingrandito nella memoria. Intanto tutto è molto lento, con quei passaggi indietro che spezzettano il gioco e che oggi sarebbero insopportabili. I pantaloncini sono più corti, i capelli quasi tutti lunghi, ma non stravaganti. i modi di esultare incredibilmente più pacati. Ora chi segna sembra un allucinato che si fa inseguire dai compagni per tutto il campo. Guarda le telecamere, lancia gesti, minacce, oscure allusioni a chi non ha creduto in lui. All’epoca, anche nei momenti più concitati, ci si abbracciava qualche secondo, e poi si riprendeva subito. Anche quando i giocatori si infortunano c’era mano teatralità, meno sceneggiate. Il capitano della della Germania, Franz Beckebauer, detto il “Kaiser” per l’eleganza con cui si muove, dal secondo tempo gioca con in braccio al collo per una lussazione senza mai lamentarsi o farlo pesare.

Un altro calcio, un altro mondo

E dire che quel mondiale – per l’ultima volta denominato Coppa del Mondo Julies Rimet – aveva diverse novità, quasi rivoluzionarie: è il primo cui gli arbitri hanno due cartellini colorati da tirare fuori dal taschino: il giallo per l’ammonizione. Il rosso per l’espulsione. La possibilità di fare due sostituzioni per squadra. Poi la tv in mondovisione che permise di seguirla a centinaia di milioni di persone. E un nuovo pallone plastificato che sostituisce la vecchia sfera di cuoio scuro con le cuciture in evidenza. Quei palloni che pesavano quintali, e Dio sa come si riusciva a calciarli così lontano.

Tante cose sono cambiate. I ritmi, il tifo, gli schemi, l’abbigliamento degli allenatori (spesso in giacca e cravatta). Ma di Italia-Germania, dopo quel 4-3, è rimasto quel senso di spartiacque calcistico e non solo calcistico che dice tutto e a cui non bisogna aggiungere altro. Poi la Germania (ai mondiali in Spagna del 1982 e a quelli di Berlino 2006) l’abbiamo ancora battuta conquistando entrambe le volte il titolo mondiale. Cosa che invece nel 1970 (sconfitti poi in finale dal Brasile di Pelè per 4-1) non siamo riusciti a fare. Anzi, dopo la sconfitta coi carioca, gli azzurri furono investiti da valanghe di critiche e accolti a fischi e sberleffi. In questo, ecco, non c’è stata una grande mutazione. Oggi leoni e domani fannulloni miliardari è un refrain sempre attuale.

Per il resto, un calcio senza Var, senza mille inquadrature ravvicinate, senza mille replay, con arbitri meno preparati di adesso.
Meglio o peggio è difficile dirlo. Oggi il calcio è molto più spettacolare, rapido, fisico. Ci sono stati gli olandesi con il loro calcio totale. Noi siamo passati dal “catenaccio” al gioco a zona di Sacchi e dei suoi emuli. Allora, anche in quell’Italia-Germania, perfino le prodezze sembrano fatte al rallentatore, come se qualcuno in regia concedesse quel tempo sospeso dove tutto puoi fare e tutto inventare.

Anche il giornalismo sportivo era molto diverso. Più aulico, meno tecnico, spesso retorico. Anche allora c’erano bravi e cattivi maestri. Lo stesso Gianni Brera, che all’epoca dettava la linea, poteva permettersi giudizi che, in questa nostra epoca dell’immagine eternamente ripetuta, sarebbero facilmente criticabili. Anche nel giornalismo sportivo c’erano i partiti. Pro e contro quel tecnico, pro e contro quel giocatore.

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