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Addio a Mario Corso, il mancino di Dio che vinse tutto con l’Inter di Herrera

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Il preferito di Pelè

Estroso e talentuoso mancino della Grande Inter, inventò la punizione “a foglia morta”. Era l’unico calciatore italiano che Pelè voleva nel suo Brasile

di Dario Ceccarelli

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Estroso e talentuoso mancino della Grande Inter, inventò la punizione “a foglia morta”. Era l’unico calciatore italiano che Pelè voleva nel suo Brasile

2′ di lettura

Era un mancino atipico, Mario Corso, Il prototipo del talento, il genio neghittoso coi calzettoni abbassati che non deve correre per imporre la sua classe. Un artista. E infatti, pur essendo uno dei protagonisti della Grande Inter di don Helenio Herrera, quella mitica degli anni Sessanta, ricordata per aver vinto due Coppe dei campioni e due Coppe intercontinentali, e di cui i bambini recitavano la formazione come fosse una poesia del Pascoli:

Sarti-Burnich-Facchetti- Bedin- Guarneri-Picchi, Jair, Mazzola, Cappellini, Suarez, Corso
.

Corso non era molto amato dagli allenatori, a meno che con uno dei suoi colpi di biliardo non li facesse vincere. Allora il mancino di Dio tornava ad essere un fuoriclasse indispensabile. Anche Herrera, forse per lo spirito ribelle di Mariolino, voleva sempre venderlo a qualche altra squadra. Ma poi interveniva Angelo Moratti, il grande presidente petroliere, il papà di Massimo, e sistemava tutto. Mariolino era il suo pupillo e anche HH doveva farsene una ragione e diventare più indulgente.


“Era l’unico calciatore che Pelè dichiaratamente avrebbe voluto nel suo Brasile”
ha commentato Massimo Moratti. “Lo dico per far capire ai giovani la portata della classe di Corso. Era il mio preferito della Grande Inter, ma anche mio padre lo adorava, e lui rimase sempre vicino alla nostra famiglia”.


Inventore della punizione a foglia morta
, chiamata così perchè dopo aver scavalcato la barriera ridiscendeva giù all’improvviso ingannando il portiere, Mario Corso, che il prossimo 25 agosto avrebbe compiuto 79 anni, e da qualche giorno era ricoverato in ospedale, non amava la luce dei riflettori. A volte neppure quella del sole, soprattutto quando faceva troppo caldo: e così a San Siro, Mariolino, per non sudare troppo (cosa che lo infastidiva), si spostava all’ombra, facendo impazzire Helenio Herrera e anche i suoi compagni che, naturalmente, dovevano correre anche per lui.


Ma compagni e tifosi lo perdonavano perchè, in fondo, tutti gli volevano bene
. E perchè poi, quando voleva, tirava fuori dal cilindro il suo sinistro. E allora San Siro si illuminava. E gli avversari svanivano. Ed Herrera lo perdonava. Pur essendo più artista che faticatore, nell’Inter, comunque ha giocato oltre 500 partite realizzando 94 reti. Con Mariolino se ne va quel calcio della Milano degli anni sessanta, quello di Mazzola e di Rivera, che ha portato l’Italia in Europa attraverso le leggendarie telecronache di Niccolò Carosio.

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